“Yoga regale”.
Le classificazioni sorte in seguito al definirsi di differenti scuole di Yoga e che aspirano a collegarle in una visione organica, definiscono così la forma di Yoga da esse ritenuta superiore alle altre, per il fatto di rappresentare il coronamento spirituale.
In questa prospettiva la fisionomia del rāja-yoga può variare in relazione alle tendenze religiose e filosofiche di chi lo assume come ideale di ascesi.
La Yogaśikha-upanisad, per esempio considera il mantra-yoga, il laya-yoga e lo hatha -yoga come forme preparatorie del rāja-yoga, e quest’ultimo come realizzazione, nello yogin, dell’unione di Śiva e della sua energia creatrice, la Śakti.
Nella Hatha-yoga-pradīpikā, inoltre, si dice che lo Hatha Yoga insegnato da Shiva è finalizzato unicamente al conseguimento del rāja-yoga, che è qui sinonimo di samādhi, ossia del supremo stato mistico, caratterizzato da una completa e continua beatitudine.
In un’accezione più stretta, questa espressione indica il sistema classico, lo Yoga-darśana, esposto negli Yoga-Sūtra di Patañjali, punto di riferimento fondamentale di tutti i successivi sviluppi di questa disciplina, i quali appaiono spesso come un’esaltazione di questo o quell’aspetto particolare del percorso mistico in essi delineato.
Finalizzato alla liberazione dell’anima (purusa) dalla materia (prakrti) cui è incatenata di vita in vita, lo Yoga di Patañjali si propone di raggiungere questo obiettivo con una pratica (abhyāsa) articolata in otto momenti, o “membra” (donde l’altro suo nome astanga-yoga o “Yoga delle Otto Membra”) i quali sono sia di natura comportamentale e fisica (i primi cinque, detti anche bahir-anga, “membra esteriori”) sia più propriamente spirituali (gli ultimi tre, i cosiddetti antar-anga, “membra interiori”).
Poichè il coinvolgimento dell’anima nei processi della materia avviene a livello dell’intelletto (buddhi) ed è consolidata dall’attività conscia e inconscia, gli sforzi di colui che aspira alla liberazione dovranno essere diretti alla progressiva atrofizzazione di questa attività: secondo la nota affermazione di Patañjali, lo Yoga consiste nella “soppressione degli stati mentali” (cittavrtti-nirodha).
Alla suprema realizzazione lo yogin si accosta per gradi, seguendo una pratica che già dai suoi primi momenti è diretta a eliminare tutti gli stimoli della coscienza ordinaria.
In particolare le prime cinque membra di questo Yoga nell’ordine sono: yama, niyama, āsana, pranāyāmā e pratyāhāra.
Gli Yama (astinenze) sono cinque comandamenti di natura morale, concepiti però non come astratti imperativi, ma come primo momenti di un processo di purificazione psicofisica.
Essi infatti non mirano semplicemente a proibire determinate azioni (come, per esempio, il furto), ma piuttosto a eliminare lo stesso istinto che determina questi comportamenti.
Con i Niyama, cinque “osservanze” comprendenti la purificazione corporale, l’ascesi, lo studio dei testi sacri e la devozione a Dio, lo yogin progredisce nella realizzazione di una moralità di ordine superiore, maturando un distacco sempre più profondo da tutti gli aspetti che caratterizzano la vita quotidiana: così, per esempio, la purificazione corporale genera l’avversione per il proprio corpo e per il contatto con gli altri esseri.
Secondo la definizione che ne dà Patañjali, l’ āsana (posizione), il terzo membro dello Yoga, consiste in una postura stabile e comoda.
Il suo scopo è, ancora una volta, il rallentamento dell’attività mentale: l’āsana infatti è perfettamente realizzato quando, cessato lo sforzo per eseguirlo, la presenza del corpo non è quasi più avvertita e la mente può agevolmente concentrarsi sull’infinto (ananta).
Un’altra conseguenza della perfetta esecuzione dell’ āsana è l’insorgere di uno stato d’animo di perfetta indipendenza nei confronti dei cosiddetti “opposti”, quali la fame e la sete, il caldo e il freddo, etc.
A differenza dei testi di Hatha Yoga, il trattato di Patañjali accenna appena alla tecnica di esecuzione degli āsana: una reticenza che possiamo attribuire al fatto che si tratta di tecniche acquisibili solo dal diretto insegnamento di un maestro. Un altro motivo potrebbe essere l’importanza relativa, mente minore attribuita dal Rāja Yoga agli āsana, i quali assunsero invece una posizione di primo piano solo più tardi, nel clima religioso e filosofico dominato dal tantrismo.
La pratica delle posizioni viene integrata e perfezionata dal “controllo del soffio” (pranāyāmā), una tecnica cui accennano già le più antiche Upanisad e che verrà sviluppata nello Hatha Yoga.
Secondo una concezione ereditata dalla medicina classica indiana (āyurveda), attraverso la respirazione il vento cosmico penetra all’interno del corpo, dove si manifesta come soffio vitale (prāna) e ne regola le funzioni organiche.
Il controllo vitale, attuato disciplinando la respirazione, permette di padroneggiare l’attività biologica dell’organismo e di sperimentare gli stati mentali che da essa dipendono.
Il pranāyāmā, che al limite coincide con l’interruzione del ritmo respiratorio, e provoca il rallentamento delle funzioni vitali e dell’attività dei sensi, dà allo yogin la facoltà di render la propria mente indipendente da ogni stimolo esterno.
Il conseguimento di questa attività, detta “ritrazione dai sensi” (pratyāhāra), esaurisce la fase “esteriore” o psicofisica di questa ascesi.
I successivi progressi saranno di ordine strettamente spirituale e consisteranno nella realizzazione degli ultimi tre “membri interiori” (antar-anga) collettivamente indicati con l’espressione samyama (veicolo, disciplina), per sottolineare il fatto che si tratta di tre successivi momenti di un identico processo.
Dopo aver isolato la mente dalle impressioni esterne per mezzo della ritrazione dai sensi, lo yogin deve indirizzarla verso un oggetto particolare, che può essere una parte del corpo (materiale o sottile) oppure un oggetto esterno.
La fissazione della mente è propria sia della “concentrazione” (dhārāna) sia della “meditazione” (dhyāna) – rispettivamente sesto e settimo membro – con la differenza che, nel secondo caso, essa viene realizzata senza sforzo cosciente, quasi spontaneamente, e mantenuta con perfetta continuità.
Quando infine la contemplazione è così profonda da oscurare l’autocoscienza del meditante, facendogli perdere la nozione tra la differenza tra sé e l’oggetto contemplato, si è raggiunto il samādhi (perfetto raccoglimento o “estasi”) .
Avviene a questo livello un eventuale intervento di Dio (Iśvara). In questo sistema Dio non ha una funzione cosmogonica, ma rappresenta il modello ideale dell’anima (purụsa) non contaminata dalla materia, e ha facoltà di aiutare lo yogin, che a lui si abbandona, a superare gli ultimi gradi della sua ascesi.
Quando l’intelletto (buddhi), non contenendo più alcun oggetto, riflette unicamente la luce del sè, realizzandone la sostanziale separatezza dal complesso psicofisico con cui comunemente lo si identifica, si è raggiunto l’ultimo gradino dell’ “estasi consapevole” (sāsmitā) al di là della quale si penetra nel samādhi privo di riferimenti oggettivi, in cui l’intelletto, ormai inattivo, viene riassorbito nella prakrti, liberando in tal modo il purusa da ogni sorta di condizionamento.
il brano è un estratto dal libro
Enciclopedia dello Yoga
di Stefano Piano
Ed. Promolibri Magnanelli