La meditazione è una riflessione, intensa e prolungata su un particolare oggetto.
Nella meditazione cristiana tale oggetto può essere costituito dalle verità di fede, da brani tratti dalle Sacre Scritture o da altri testi ispirati, da episodi della vita del Cristo e dei santi.
Nel corso dei secoli sono state elaborati vari tipi di tecniche meditative, come quella proposta da S. Ignazio di Loyola nei suoi “esercizi spirituali”, consistente nel far rivivere mentalmente una scena della vita del Cristo, immaginando di prendervi parte.
Oggi è invalso l’uso di riferire il termine di Meditazione anche alle pratiche interiori orientali, così si parla comunemente di “meditazione yoghica” o di “meditazione buddhista”.
Si tratta però di un uso improprio del termine, giacché in tali pratiche sono assenti la riflessione discorsiva e l’attività immaginativa che caratterizzano invece la meditazione cristiana.
Nelle pratiche interiori indiane l’attività mentale in ogni sua forma va invece domata e, negli stadi più elevati, del tutto soppressa.
Se quindi si vuol far ricorso ad un termine esistente nella tradizione cristiana per designare globalmente tali pratiche, la scelta potrebbe cadere più facilmente su “contemplazione”.
La pratica contemplativa descritta da grandi mistici cristiani, come San Giovanni della Croce e gli esicasti dall’altro, hanno infatti molto in comune con la cosiddetta “meditazione orientale”.
Ben diversa è la rilevanza della pratica contemplativa nella tradizione cristiana e in quelle orientali.
Nella prima la contemplazione viene solitamente trascurata a vantaggio di altre forme di pratica religiosa e costituisce quindi un fatto estremamente circoscritto, persino negli stessi ambienti monastici.
Nella maggioranza delle tradizioni orientali invece, la contemplazione riveste una tale importanza da porsi al centro della vita spirituale.
Molte delle innumerevoli pratiche contemplative sono oggi conosciute e diffuse anche in occidente, prima fra tutte lo Yoga, nella sua varietà di tecniche elaborate da scuole diverse, da quelle dello Yoga classico a quelle del tantrismo indù e buddhista tibetano.
Ricordiamo poi la meditazione buddhista theravāda e la meditazione Zen.
Se da un lato la diffusione di queste discipline può aiutare l’Occidente a ritrovare una dimensione interiore e anche a riscoprire la propria tradizione contemplativa, dall’altro c’è il rischio che esse vengano snaturate, utilizzandole per scopi diversi da quelli originari, come il raggiungimento del benessere fisico o mentale.
Tale benessere è spesso considerato importante nella pratica orientale, ma soltanto perché in essa il corpo e la mente sono utilizzati come strumenti preziosi per il raggiungimento di quella conoscenza illuminativa, coincidente con lo stato di liberazione (comunque essa venga formulata in termini dottrinali), che è lo scopo comune a tutte le tecniche contemplative, in Oriente come in Occidente.
La Via per giungervi, pur nell’estrema diversità delle tecniche e delle forme esteriori, consiste in un esercizio costante dell’attenzione che, praticato in modo più intenso nel tempo che a esso è specialmente dedicato, deve giungere a coprire tutto l’arco della giornata.
Il raccoglimento interiore del cristianesimo o, in termini esicasti, la “custodia del cuore”, la lotta contro ogni forma di distrazione e di dispersione mentale attraverso la pratica ininterrotta della consapevolezza e della presenza mentale (sati) nel buddhismo non sono che forme diverse di “meditazione a tempo pieno”.
Essa conduce in ogni caso a sviluppare uno stato di coscienza diverso da quello dell’uomo ordinario, che è continuamente preda delle sollecitazioni sensoriali e dei contenuti mentali, con i quali erroneamente si identifica.
Lo stato ineffabile che si manifesta quando la coscienza cessa totalmente di identificarsi con i suoi contenuti e si raccoglie in se stessa è significato da San Giovanni della Croce nel celebre esempio della vetrata divenuta assolutamente trasparente alla luce divina; è l’esperienza dell’ ātman nel Vedānta o quella del Vuoto nel buddhismo Māhāyana.
il brano è un estratto dal libro
Enciclopedia dello Yoga
di Stefano Piano
Ed. Promolibri Magnanelli
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